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Magazine online di Orzinuovi

Bassa Voce

Scritto da Angelo Zucchi
in Musica

Robert Wyatt, 70 anni di coerenza

Marzo 10 2015
Robert Wyatt Robert Wyatt

Il 28 gennaio 1945 nasceva a Bristol (UK) Robert Ellidge, che in seguito prenderà il cognome della madre: Wyatt, appunto. Artista poliedrico, militante politico (almeno fino agli inizi degli anni ’90), fu uno dei protagonisti assoluti della celebrata scena musicale di Canterbury, una branca del rock progressivo, quello più innestato di jazz e improvvisazione, che anche in Italia vanterà un vasto seguito.

Cresciuto in una cittadina culturalmente vivace, compagno di scuola di quelli che in seguito diventeranno con lui i membri dei Soft Machine, Wyatt si appassiona di poesia, influenza che, unitamente alle destrutturazioni della narrativa della “beat generation”, sarà facilmente rintracciabile nei testi dei suoi brani. I primi passi vengono mossi con i Wilde Flowers (notare il gioco di parole) e subito dopo con i citati Soft Machine, compagni di palchi, e non solo, dei debuttanti Pink Floyd (tant’è che Nick Mason, anni dopo, produrrà “Rock bottom” il lavoro più conosciuto del Wyatt solista).

Dalla scissione dei Machine, nasceranno i Matching Mole, guidati del nostro, e i Caravan, altra importante formazione del prog rock albionico. Siamo nei primissimi anni ’70, la frenesia creativa è effervescente sull’onda lunga della contestazione del ‘68/’69, ma ben presto giungerà l’evento che cambierà radicalmente la vita artistica, e non, del musicista inglese. Durante una festa, nel luglio del 1973, Wyatt cade da una finestra (o da un balcone, sostengono altri) spezzandosi la spina dorsale, rimanendo di conseguenza paralizzato per tutto il resto della sua vita. Tale evento, drammatico in sé, ma ancor più per un batterista, sarà il punto di svolta per la sua carriera artistica. La moglie (Alfreda Benge, attrice e illustratrice di molte copertine dei dischi del marito), durante le riprese di un film a Venezia, decide di regalare una piccola tastiera al marito, strumento che non necessita dell’utilizzo degli arti inferiori, come ben si sa.

Wyatt comincia a sperimentare con i suoni e a estremizzare l’uso della voce, cosa che sarà uno dei tratti distintivi della sua produzione a venire (anche se già con i Soft Machine la voce era centrale nell’economia musicale del gruppo). E’ con questa semplice dotazione che vengono scritte le canzoni, che forse andrebbero definite più correttamente come “flusso musicale”, dell’album capolavoro “Rock Bottom”, edito nel 1974; un disco che cambierà la vita di molti ascoltatori e appassionati di musica, e che garantirà a Wyatt un posto di primo piano nella storia della musica rock. Da lì in poi, coadiuvato da musicisti di grandissimo spessore (da Elvis Costello a Phil Manzanera, da Brian Eno a David Gilmour, fino a Paul Weller e Bijork), farà uscire diversi dischi che accresceranno la sua fama, anche se le produzioni, complesse e non di facile ascolto, saranno altalenanti nel corso di oltre 35 anni di carriera (le vette artistiche sono, a detta di molti, “Dondestan”, datato 1991, e “Shleep” del 1997, mentre saranno parzialmente deludenti “Old rottenhat” –1985- e “Comicopera” del 2007).

Il prestigio artistico, intellettuale, e umano di Robert Wyatt non verranno mai meno, tanto da essere oggetto di numerosi tributi e riconoscimenti: anche in Italia con artisti di vaglia quali CSI, Marlene Kuntz, Cristina Donà ecc., verrà data alle stampe una produzione intitolata “The different you”, dedicata alla rivisitazione di brani del musicista anglosassone. L’ultima produzione di Wyatt “For the ghosts within”, datata 2010, è un lavoro a tre mani con Gilad Atzmon e Ros Stephen, nel quale compaiono brani originali ma anche riprese di composizioni di Thelonious Monk, Duke Ellington e altri.

Di pochi mesi fa l’annuncio dell’intenzione di cessare la produzione di brani nuovi, preferendo altri ambiti artistici ai quali dedicarsi. Decisione rispettabile e talmente umile da rendere Wyatt ancora più degno dell’amore incondizionato che i suoi estimatori già gli tributano. Non ci resta che salutarlo con tutto il rispetto che va dato ad un artista settantenne per certi versi iconoclasta e irriverente (dichiarò che gli Stati Uniti, senza il jazz, sarebbero stati semplicemente un errore), sperando che, nella sua casa immersa nella campagna inglese, mentre ascolta i volteggi di Coltrane al sax, un caldo raggio di sole illumini ancora una volta il suo sguardo fiero e militante.

Ultima modifica il Mercoledì, 11 Marzo 2015 01:43

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