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Magazine online di Orzinuovi

Bassa Voce

Scritto da Mosè Franchi

Intervista a Francesco Cito

Marzo 25 2015
Il fotogiornalista Francesco Cito Il fotogiornalista Francesco Cito © Photo19 Brescia - negozio di fotografia - vendita online

ll maestro Ferdinando Scianna ha detto di Francesco Cito: “È uno dei migliori fotogiornalisti italiani”. Francesco Cito è nato a Napoli nel 1949, ora vive e lavora a Milano. La sua carriera ha inizio nel 1972 a Londra, dove inizia a dedicarsi alla fotografia. Dal 1975 diventa fotogiornalista freelance, collabora per il Sunday Time Magazine, ottenendo la sua prima copertina. Nel 1980, dopo l’invasione sovietica, è uno dei primi fotoreporter che raggiunge clandestinamente l’Afghanistan viaggiando a piedi per 1.200 chilometri con i gruppi di guerriglieri.


Dal 1983 al 1989 è spesso sul fronte libanese come corrispondente del magazine Epoca e nello stesso periodo inizia a recarsi anche in Palestina all’interno dei territori occupati. Cito nella sua carriera ha raggiunto i luoghi più caldi del mondo per documentare tempestivamente i fatti.

Nel 1990, durante la Guerra del Golfo, fotografa l’arrivo dei soldati americani in Arabia Saudita dopo l’invasione del Kuwait. In Italia alterna reportage sulla mafia e su fatti di attualità con lavori particolari come quello dedicato al Palio di Siena. Nel 1995 e nel 1996 riceve per due anni consecutivi il Primo Premio World Press Photo Contest per i lavori “Matrimoni napoletani” e “Siena, il Palio”. Nel 1997 la Città di Atri gli conferisce il premio per l’impegno sulla Palestina. Le immagini di Cito sono pubblicate sui quotidiani e periodici più importanti del pianeta è sono state esposte in importanti mostre in Italia e all’estero.

Un fotoreporter che ha forgiato il suo talento in strada. Un giornalista che ha sempre scelto di entrare nel contesto e vivere in prima persona i rischi dei luoghi più “caldi” del mondo.

Mosè Franchi

Francesco Cito sognava l’avventura, sin da ragazzo. Lo faceva davanti a Epoca di Bonatti ma forse anche guardando fuori dalla finestra. E allora probabilmente già sapeva, che sarebbe partito: senza una scusa, tralasciando promesse, dimenticando rivalse o desideri sommersi. Francesco era già un reporter anche senza quella fotocamera che più tardi sarebbe diventata un mezzo per comprendere. Trovarlo, negli anni ’70, in Inghilterra non ci sorprende. Londra lo educa senza cambiarlo; gli offre la fotografia, le tendenze, una lingua, qualche promessa luccicante, una risposta alla solitudine. Per lui non vale, non serve, non basta. Meglio tornare a Milano, in Italia, se non altro per viaggiare di continuo, dando spazio al passo e alle idee. Poi si parte ancora: Afghanistan, Palestina e anche Libano, Pakistan, Iran, Kuwait, Arabia Saudita. Sono luoghi difficili, tutti da camminare prendendoli col pensiero, con la voglia di tornare.

Dove sta andando Francesco oggi? Ci piacerebbe rispondere che quel ragazzo sogna ancora l’avventura ma là fuori la vita è diversa e il nostro l’ha capito. Preferiamo pensare che rimanga dove è sempre stato: sopra alle false tendenze, alle mode, alle scorciatoie intellettuali. Lui voleva raccontare anche quando leggeva Epoca, perché si trovava al di sopra o di lato, certo non nella mischia chiassosa di un’opinione che cresceva un tanto al chilo. Tutto ciò è già tanto, molto; e forse questa è la ragione per la quale non si dice mai come la sua fotografia sia anche poetica, ecclettica, formalmente ricca, poliglotta per linguaggio e tematiche.

Lasciamo Francesco dove è sempre voluto stare. Rendiamoci conto che lui è il migliore fotogiornalista italiano, perché ha l’istinto del fatto, la passione del racconto, la capacità di far passare attraverso le immagini, con forza di sintesi e rigore visivo, l’essenziale delle cose. Non siamo noi a pronunciare queste parole, ma Ferdinando Scianna. Per quel che ci riguarda, siamo certi che se partirà ancora, lo farà per noi: per tutti; e racconterà come vocazione, con lo spirito di chi non ha mai desiderato altro.

Francesco, quando hai iniziato a fotografare? E perché?
Professionalmente nel 1975. Fotografare era ciò che desideravo fare. Da ragazzino leggevo Epoca e mi appassionavo alle storie di Walter Bonatti. Non sapevo chi fosse ma riusciva a trasferirmi l’avventura. Da adulto avrei capito come le cose fossero differenti rispetto a quanto avevo immaginato.

Quando hai incontrato la fotografia per la prima volta?
Tutto è iniziato in Inghilterra, a Londra. Mi ero recato là nel ’72, finito il servizio militare. Volevo frequentare una scuola alla quale non m’iscrissi neanche: costava troppo e in più era accessibile solo a livello universitario. Avevo comunque compiuto un passo importante della mia vita.

Come giudichi oggi la tua parentesi londinese?
Simpatica e produttiva. Stiamo parlando della Londra degli Anni ’70: fantastica per contenuti e tendenze e io la stavo affrontando senza sapere una parola d’inglese. Dopo tre, quattro giorni di soggiorno ero lavapiatti, poi aiuto cuoco. In seguito ho fatto il facchino da Harrods e il cameriere al Penthouse Club, dove volevo incontrare Bob Guccione. Sono finito anche in un Night Club ma la cosa importante è stata l’acquisto della prima fotocamera: una Nikon F2 Photomic con un obiettivo 24 mm. Con questa avevo iniziato a fotografare, a occhio, quasi d’istinto.

La passione era comunque tanta...
La stessa che vivo ancora oggi. Indispensabile per iniziare e continuare in questo lavoro.

Poi il primo fatto di cronaca?
Sì, l’assedio della Spaghetti House, con la polizia al di fuori di un ristorante e all’interno i camerieri presi in ostaggio dai rapinatori. Si tratta di un episodio noto in Inghilterra, dal quale è stato tratto anche un film con Nino Manfredi. In effetti si trattava del mio primo caso di cronaca, dopo tanti scatti amatoriali di natura in giro per la città.

Com’è finita la storia dell’assedio?
Feci delle buone foto ma non sapevo come muovermi. In pratica mi sono tenuto il lavoro, anche se ero stato l’unico a documentare l’uscita dei rapinatori. Un portavoce della polizia radunava periodicamente fotografi e giornalisti in una sede stabilita, questo per aggiornare tutti sullo stato delle cose. Una sera capii che qualcosa stava accadendo e ritrassi l’uscita della banda. Qualche anno dopo, tramite un amico giornalista, mi chiesero le foto per la scenografia del film con Manfredi. Non chiesi nulla, orgoglioso del fatto che si potesse parlare delle mie immagini. Non mi sono più tornate indietro.

Intanto come proseguiva la tua vita londinese?
Lavoravo sempre al night club, di notte ovviamente, così durante il giorno potevo dedicarmi alla fotografia. Una sera conobbi un signore simpatico che si interessò a me. Mi chiese cosa volessi fare e io gli parlai della fotografia. Volle vedere le mie immagini; dopo mi porse un biglietto da visita: “Vieni da me domani”, disse, “Ti faccio lavorare”. Era il direttore di Radio Guide supplemento del TV Times Magazine che si occupava di eventi musicali. Mi prese con lui, così ebbi l’opportunità di ritrarre tutte le personalità del momento: i Rolling Stones, Eric Clapton e via dicendo. Non che la cosa m’interessasse molto, per la verità, ma rappresentava una scuola importante per vivere una redazione e comprendere quali fossero le esigenze di un giornale: le doppie pagine, lo spazio per i titoli, gli aspetti dell’impaginazione, la costruzione di un racconto.

Come hai curato la tua formazione?
In strada. Non ho mai frequentato una scuola.

Hai avuto degli elementi ispiratori?
Sì, in gioventù. Di Walter Bonatti ed Epoca abbiamo già parlato. Mi capitava di leggere anche qualche rivista di fotografia. Non posso comunque dire di aver sposato un modello, così come non devo molto alla carta stampata, almeno per quanto riguarda la formazione. La mia vera fonte di apprendimento è stata il cinema, fino da ragazzino. Delle varie scene coglievo l’inquadratura, l’uso della focale, l’obiettivo utilizzato. Gli altri fotografi? Conoscenze occasionali, alle volte amici. Potrei dirti di Richard Young, Romano Cagnoni, Stefano Archetti. Tutte persone che ho visto scorrere di fianco a me quasi per caso. I mostri sacri, tra cui Romano Cagnoni li ho guardati dopo, più avanti nel tempo. Il fotografo che prediligo rimane Eugene Smith. Mi dissero che avevo iniziato a fotografare quando lui stava smettendo, e questo mi fece piacere. Parlarono poi di un’emozione simile nel guardare le mie e le sue immagini, e anche qui fu orgoglio. “Le tue immagini sono più da leggere”, aggiunsero. Non potevo chiedere di più.

Da ragazzo sognavi l’avventura: prevaleva questa o la fotografia?
Il sogno da piccolo era l’avventura e la fotografia ne rappresentava il tramite. Col tempo compresi come stessero realmente le cose. Così la fotografia si è trasformata in un bisogno di conoscere: con la presenza fisica, col mio prodigarmi laddove le notizie prendevano corpo. Si è trattato di una questione di verità giornalistica ma non solo.

C’è stato un momento nel quale ti sei detto: ce l’ho fatta?
Sì, quando il Sunday Times mi ha offerto una commissione. L’ambiente dove lavoravo era poco attrattivo per me: bello, per carità, con una presenza femminile ragguardevole il che non guasta. La musica però non era nelle mie corde. Io cercavo storie da raccontare, con quella voglia di “Epoca” che mi portavo dietro sin da ragazzo. Un giorno mi sono armato di coraggio - e consapevolezza - e ho chiamato il photoeditor del Sunday Times Magazine. Mi hanno ricevuto, chiedendomi subito delle referenze. Ho parlato dell’Italia, dei suoi settimanali. Loro avevano letto dello sciopero dei contrabbandieri di sigarette a Napoli, ipotizzando uno scenario tipo “Ieri, oggi, domani”, il film con Sophia Loren. Io spiegai che la situazione era diversa e loro si appassionarono di più, soprattutto quando descrissi loro il sistema, l’organizzazione. Col corrispondente non se ne fece nulla ma io proposi di affrontare il servizio da solo. E così fu. Andai a Napoli ma subito mi resi conto come il servizio non sarebbe stato così semplice. Mi trovai di fronte a una realtà complessa e difficile. Alla fine, però, ho portato a casa il lavoro.

E quando finì il periodo londinese?
Dopo dieci anni in Inghilterra mi sono ritrovato in Italia. Era il 1984 e avevo appena perso mio padre. Inizia la mia collaborazione con Epoca, un periodico dalla veste ridisegnata. Tra una storia e l’altra, mi sono fermato a Milano. Non ne ero felice, anche perché avrei preferito Parigi o New York. Nella Grande Mela avrei potuto iniziare tutto da capo, con stimoli rinnovati.

Fosti costretto a rimanere in Italia?
È un aspetto che va chiarito. Tutti i miei inizi sono stati a colori: il contrabbando di sigarette, la musica leggera. I concerti li ritraevo in diapositiva. Quando era possibile, scattavo in Kodachrome, com’è successo in Afghanistan, quando ne ho usati ventiquattro rullini in tre mesi: un’inezia rispetto ai click digitali di oggi. Il bianco e nero è venuto dopo e oggi lo preferisco, pur non disdegnando il colore.

Bianco e nero o colore?
È un aspetto che va chiarito. Tutti i miei inizi sono stati a colori: il contrabbando di sigarette, la musica leggera. I concerti li ritraevo in diapositiva. Quando era possibile, scattavo in Kodachrome, com’è successo in Afghanistan, quando ne ho usati ventiquattro rullini in tre mesi: un’inezia rispetto ai click digitali di oggi. Il bianco e nero è venuto dopo e oggi lo preferisco, pur non disdegnando il colore.

C’è una tua immagine alla quale sei particolarmente affezionato?
Come si dice a Napoli: “I figli sono pezzi di cuore”. Questo per dirti che ogni fotografia è una mia creatura. Ovviamente qualche scatto lo sento più vicino, non tanto per il contenuto, bensì per i ricordi e le suggestioni che si porta dietro.

Sei poi riuscito a trovare l’avventura, quella che desideravi da ragazzo?
La prima l’ho trovata in Afghanistan, durante l’invasione sovietica. È stata anche pericolosa perché viaggiavo da clandestino. Ho percorso mille e duecento chilometri a piedi... Nulla a che vedere, però, con i sogni infantili: qui non si trattava di un gioco.

Quando si parla di te vieni sempre definito “fotografo di guerra”?
Quando scattiamo fotografie tutti trasmettiamo il nostro carattere.

C’è tanta poesia nelle tue immagini, anche in quelle più dure...
Quando scattiamo fotografie tutti trasmettiamo il nostro carattere.

Tu fotografi anche per capire. Questo ti colloca sopra le parti?
No, è impossibile! A un certo punto tutti facciamo delle scelte di campo.

Palestina, Afghanistan, Libano, Iran, Kuwait... Hai partecipato alla storia del nostro tempo. C’è un progetto rimasto indietro?
Tutti sono progetti incompleti, perché ci sono storie che non finiranno mai. La Palestina è una di queste.

Hai qualche rimpianto?
Tanti, soprattutto relativi agli ultimi tempi. Sono stato tra i primi ad andare in Afghanistan, poi non c’ero quando avrei dovuto esserci.

Tecnicamente qual è la tua focale preferita?
Il 18 mm fisso che uso nella maggioranza dei casi. Lavoro molto col grandangolo, da sempre. Ho iniziato la carriera con un 24 mm.

Ti piace stare nell’azione?
Non amo stare fuori dal contesto. Quando fotografo voglio che il soggetto abbia la consapevolezza della mia presenza. Io sono tra quelli che non scatta subito, soprattutto se non conosco lo scenario. Desidero prima essere accettato: è importante. La foto deve emozionare.

L’essere italiano, e di Napoli, ti ha aiutato nella tua carriera?
Probabilmente, sì. In Afghanistan mi è venuta incontro la gestualità di casa nostra. Io però non so se sono completamente napoletano.

Qualche rimpianto per la pellicola?
La uso ancora. In Marzo ero in Puglia e ho lavorato sulla Settimana Santa utilizzando l’attrezzatura analogica. In ogni caso, ci sono evoluzioni che vanno accettate. Quando ho iniziato a fotografare esisteva già la reflex. Cinquant’anni prima si utilizzava la “cassetta”: anche a quei tempi, quindi, c’è stato un cambiamento. Ma il punto cardine non sta nello strumento, bensì nel modo col quale questo viene utilizzato. Probabilmente il digitale ci fa riflettere di meno - anche perché scattiamo davvero molto di più - e poi, mentre lavorano, molti professionisti hanno già in mente gli interventi che faranno grazie a Photoshop. Per dirla tutta, la fotografia si scatta in testa, non con la fotocamera.

Fotograficamente come ti definiresti?
Mi definirei un reporter o un fotogiornalista. Perché è questo l’ambito in cui ho sempre lavorato.

Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?
La qualità fondamentale è il talento giornalistico, l’abilità di raccontare i fatti in sens stretto. Occorre conoscere la realtà a fondo. In caso contrario, meglio non fotografare.

Potessi scegliere, cosa scatteresti domani?
L’Afghanistan, senza ombra di dubbio. Vorrei rivedere i posti dove sono stato già due volte nel 1980 e nel 1998. M’interessa sapere cosa sta accadendo realmente oggi.

Ci si può affezionare a posti dove si va per lavoro, uno come il tuo poi?
Ci sono luoghi dove non potrei non andare: la Palestina è uno di questi. Poi, mi sento particolarmente legato alla Sardegna - forse è la mia patria - e anche a Siena - probabilmente è la mia città. Ormai sono diventato un “contradaiolo” con la fotocamera in mano. Ormai ho più amici in Toscana che a Milano.

La scelta di Siena è strana...
Perché non si è trattato di una scelta. Me l’hanno chiesto in molti: “Cosa ci fa un napoletano a Siena”. Io rispondo sempre: “Cercavo un manicomio e là l’ho trovato”. Sta di fatto che giro il mondo col fazzoletto del Nicchio al collo.

Il Palio ti ha dato la vittoria al World Press Photo...
La cosa non mi eccita: ho vinto dove non avrei voluto, e per due volte con il lavoro sul Palio e sui matrimoni napoletani. In entrambi i casi avevo spedito anche altri due lavori, più vicini alla mia attività, tra i quali uno sulla Palestina, ma non c’è stato verso.

In conclusione, potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?
Sarebbe meglio augurarsi la vittoria della lotteria, visti i tempi che corrono. In realtà vorrei continuare a divertirmi arricchendo il mio bagaglio giornalistico. Mi sento molto legato al mondo dell’editoria, all’interno del quale ho lavorato con interesse. La motivazione nasceva dalla contentezza del sapere. Purtroppo oggi il mercato editoriale rischia di mancare.

FRANCESCO CITO Photographer

Il nuovo libro di Francesco Cito che racconta una parte fondamentale dei suoi reportage nel mondo.
Testi di Ferdinando Scianna e Carlo Verdelli
156 pagine formato 33x33cm
Edizioni Photò19

Un ringraziamento per la concessione dell' articolo a Image Mag e Photò19 - Brescia

Ultima modifica il Sabato, 19 Maggio 2018 09:54

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