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Magazine online di Orzinuovi

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Poesia e fotografia dialogano alla Rocca

Maggio 28 2018
Quando la luce incontra la parola Quando la luce incontra la parola

Orzinuovi presenta ReImmagina presso la Rocca. Ventisei fotografi interpretano la poesia di Alda Merini.


Sabato 26 maggio 2018 ho avuto il piacere di presentare la mostra collettiva ReImmagina presso la Rocca di Orzinuovi. Immagina è una rassegna fotografica che è nata dall’idea e dalla proficua collaborazione del Cinefotoclub Nuove Frontiere di Orzinuovi e dell’Associazione Argo di Soncino. Per questa esposizione collettiva orceana si è scelto di mettere il prefisso Re al titolo, che è divenuto così ReImmagina , perché è la riproposta di una mostra che è stata allestita, in forma lievemente diversa, l’anno scorso presso la Filanda di Soncino grazie al Patrocinio del Comune cremonese. Poiché siamo oggi più che mai nell’epoca della condivisione, si è pensato di proporre anche ad Orzinuovi questa prima edizione di Immagina ed il Comune ha deciso con piacere di patrocinare questa iniziativa.

Il sottotitolo di questa rassegna, che proseguirà nei prossimi anni a cadenza biennale con un bando di concorso e incentrandosi sull’opera di nuovi autori, e che per questa prima edizione ha scelto i versi talvolta strazianti della poetessa dei Navigli, Alda Merini, è emblematico dell’intento del progetto. Il sottotitolo infatti recita: quando la luce incontra la parola. La rassegna è il frutto del tentativo di far dialogare due forme espressive, due linguaggi artistici differenti, che hanno mezzi espressivi specifici e peculiari. I ventisei fotografi che hanno partecipato a questo ambizioso progetto dovevano infatti scegliere un componimento poetico dalla sterminata opera di Alda Merini e interpretarlo a proprio modo con un singolo scatto o più fotografie. Si trattava quindi di reimmaginare il testo poetico attraverso l’inquadratura dell’obiettivo della macchina fotografica, sfruttando la luce e i suoi effetti particolari.

Sorge spontaneo un quesito: cosa hanno in comune due linguaggi artistici tanto diversi nei loro mezzi espressivi e nei loro risultati concreti come la poesia e la fotografia? Per provare a dare una risposta a questo interrogativo mi sono confrontata con un saggio del poeta e saggista Yves Bonnefoy che si intitola per l’appunto Poesia e fotografia. Nel sapiente confronto tra le due forme espressive Bonnefoy parte da un’analisi della funzione dell’arte che lui conosceva meglio e che ha a lungo frequentato, la poesia, che con la sua lingua, il suo azzardo, per dirla con le parole di Antonio Prete che ha scritto la prefazione al saggio, è in costante dialogo con le altre forme di conoscenza, dalla filosofia alle scienze a tutte le arti. La poesia è per Bonnefoy “esposizione della cosa alla luce della parola, a quella luce che la parola può trattenere, pur nella consapevolezza della propria fragilità e povertà. Il proprio della poesia è, dunque, questa prossimità alle cose, al loro respiro, al loro mostrarsi per dir così nudo, essenziale, e per questo denso di esistenza.”

Da questo punto di vista la lingua che meglio esprime, a mio avviso, questo compito peculiare della poesia è la lingua tedesca, dove il sostantivo poesia è tradotto con il termine Dichtung che deriva dall’aggettivo dicht, che significa appunto denso. La poesia è il luogo in cui si addensa una presenza, in cui si raggruma un’esistenza liberata dal peso della significazione che la parola non poetica porta con sé, ossia una significazione che banalizza, che avvolge la realtà con il velo della consuetudine, rendendola priva di qualunque riverbero generativo. Se andassimo alla radice etimologica del sostantivo poesia, noteremmo che esso deriva dal greco poiein, che significa costruire. Il poeta praghese Rainer Maria Rilke aveva coniato addirittura – sulla falsariga del francese réalisation usato dal suo amato Cézanne – un nome composto che definisse questo arduo e ambizioso compito della poesia, il sostantivo Dingwerdung (divenire cosa): la parola poetica realizza l’immagine, la crea, la costruisce, la fa vivere, la rende presente in tutta la sua fugacità. È questa intrinseca capacità di perpetuare l’effimero che accomuna poesia e fotografia. Esse realizzano lo stesso arduo e nobile compito: custodiscono una presenza, la traccia palpabile di una esistenza.

Entrambe sono forme d’arte che “accolgono nel linguaggio” il pulsare informe della vita, donano un senso, un orizzonte di significazione che libera nel provvisorio, nel qui ed ora di una presenza fuggevole. Nell’immagine poetica e nell’immagine fotografica il tempo è sconfitto nella sua precarietà e labilità e nell’impossibilità del suo ritorno. L’immagine persiste in una nuova appartenenza e in un nuovo tempo, quello proprio della poesia, che abbatte il tempo comunemente inteso, rendendo il transeunte più prossimo. La poesia è custodia di una presenza nell’assenza, così come in una fotografia il soggetto che si impressiona sulla pellicola, nel momento in cui viene catturato dall’obiettivo è già estraneo a se stesso, divenendo anch’egli epifania di una assenza. La poesia è come un lampo di luce nel buio, fugace e fulmineo, ma che se colto, vive di un di più di esistenza. In questo senso la dimensione del poetico è la notte, il notturno con tutte le sue suggestioni. Nella notte non vi è la luce. La parola diviene la luce che rischiara, che rivela un’epifania. E la luce è proprio quel punto di incontro tra poesia e fotografia, che permette di catturare un attimo perituro, inarrestabile e renderlo presente in tutta la sua vacuità. E non a caso il momento prediletto di Alda Merini per scrivere era la notte. La notte è la dimensione in cui il poeta può lavare il suo pensiero per farne tante lettere imprecise da spedire all’ amato senza un nome.

La Fotografia quando è intesa come forma d’arte – che è qualcosa di molto diverso da quanto accade nel gesto svilente dello scatto ubiquitario del selfie che caratterizza la contemporaneità – ha quindi un intento assai ambizioso e credo che i ventisei fotografi che hanno partecipato al progetto Immagina , con gli scatti loro suggeriti dai componimenti di colei che si è autodefinita la “pazza della porta accanto”, abbiano saputo cogliere questa sfida e abbiano ottenuto risultati che sono degni di nota. In un certo senso hanno riscritto attraverso le loro immagini, con una sintassi fatta di rapporti tra luce ed ombra, tra chiaro e scuro, i versi che li hanno ispirati e hanno saputo creare un dialogo proficuo tra parola e immagine che preserva l’umano nella sua essenza più intima. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 3 giugno il sabato e la domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 15:00 alle ore 18:00

Fotografi partecipanti

Giusi Previtali/Antonio Danieli/Andrea Consolandi/Giorgio Torriani/ Marco Biatta/Max Cavallari/Fabiano Venturelli/Bruno Barbaglio/ Natalia Elena Massi/Alessia Gatti/Donata Ricci/Claudio Festa/ Alessandra Garda/Nicole Confortini/Kiara Rossi Consolandi/ Roberto Romagnosi/Michela Ghidini/Lino Martinetti/ Pier Cominetti/Paola Cominetti/Angelo Ratti/Domenico Parigi/ Andrea Barelli/Michela Moneda/Cristiano Ghidotti/Cinzia Naticchioni Rojas/

Ultima modifica il Lunedì, 28 Maggio 2018 22:02
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